Il testo del vincitore del Concorso Letterario CartaCarbone – 4ª edizione
Tema del concorso: “Alpini: il pudore del valore


L’ALPINO VITALE DELL’ESERCITO FASCISTA ALLA RESISTENZA PARTIGIANA

di Zeno Giuliato

Il 2 giugno 1940 ero di guardia, la mia compagnia doveva controllare la direttrice Bardonecchia – Modane, flagellata dalla tormenta.

Il 9 giugno i botti delle artiglierie annunciavano l’inizio delle ostilità.

Il 18 giugno arrivò l’ordine: attaccare!

Con gli alpini in prima linea l’Italia fascista aveva aggredito la Francia senza proclamare lo stato di guerra. Il 22 le ostilità cessarono. La resa francese dava inizio al dominio di Hitler. L’Italia aveva fatto la sua parte con il suo esercito di persone semplici e la testa piena di propaganda.

Rientrai in caserma dopo 40 giorni di ospedale dove fui curato per una polmonite. Il 16 agosto la mia compagnia fu inviata a Vipacco, ora territorio Sloveno, per costruire postazioni a Postumia e sul Monte Panaro.

Sette mesi interminabili. Pioggia e fango in autunno, venti gradi sotto zero d’inverno. Ricordo la bora che ci costringeva a camminare aggrappati ai “semoventi col peo”, i muli.

In territorio sloveno conobbi la guerra anti partigiana. Conobbi pure l’azione crudele delle nostre truppe alpine: paesi rastrellati e incendiati, civili fucilati per essere sospettati di collaborare con i partigiani.

Il 4 marzo 1941 ci trasferirono a Codroipo.

Avevo evitato l’Africa, inconsapevole invece che sarei stato presto spedito in Russia. Dei russi si diceva che erano nemici spietati come il loro inverno. Nessuno dai tempi di Napoleone li aveva sfidati, anche lui ne era uscito sconfitto. Ma questo lo sapevano solo gli ufficiali, i contadini analfabeti non ne sapevano nulla.

La mattina del 3 settembre alla stazione del Brennero, la folla ci salutava, noi la guardavamo affranti. Dopo due giorni di viaggio arrivammo a Norimberga, dopo tre giorni ricevemmo il primo rancio. E poi Varsavia, Bialysytock, Knapek.

Nella tradotta, a Knapek, guardavamo dai finestrini gente che chiedeva cibo. Smuovevano massi per chissà quale opera. Erano sudici, trattati come schiavi. Quando chiedemmo il motivo di quell’infamia ci dissero che erano ebrei.

A Kupienin, il 10 settembre, fummo trasferiti su camion con destinazione il fronte del Don. Per non essere colpiti dall’aviazione russa l’autocolonna fu frazionata con unità avviate su percorsi diversi.

La neve, la vastità del territorio, i colori tenui, concedevano flebili pause di benessere spirituale. Migliaia di uomini mandati contro un nemico anch’esso di contadini poveri.

Quelle genti difendevano la loro terra e avevano il “generale inverno” al loro fianco, un condottiero che sapevano ubbidire quando il termometro scendeva sotto i -40 gradi.

Le fatiche c’instillarono dubbi. Cosa facevamo in questo luogo lontano?

Combattemmo con mezzi insufficienti. Bisognava resistere ai colpi del nemico e al freddo, nelle trincee e dentro ai carri semoventi. Mentre in Africa questi mezzi di acciaio infuocati dal sole si trasformavano in forni, in Russia diventavano congelatori per conservare i morti.

Le mitraglie di entrambe le parti falciavano centinaia di uomini. Negli attacchi cercavamo di strapparci qualche metro di terreno ghiacciato. Il mancato soccorso a un ferito significava “condannarlo” a una morte per assideramento.

Il contenimento delle armate bolsceviche si faceva sempre più arduo. Le perdite furono coperte da soldati dei servizi logistici: cucinieri, infermieri, furieri. Sulle sponde del Don l’inferno.

Dopo 45 giorni di battaglia a sfondare nella sponda occidentale del fiume furono i tank russi. Un baluardo che andò sempre più a consolidarsi.

I tedeschi avevano subito lo sfondamento due giorni prima. Era l’inizio della sconfitta e della grande ritirata: per i tedeschi fu autostrasportata, per gli italiani fu, eroicamente, a piedi.

Compimmo 300 km prima di avere l’ordine di riposarci. Nelle retrovie, a Vartokin, al tempo dell’avanzata italiana, vi era un centro d’indirizzo strategico per l’invio al fronte di uomini e mezzi. Ora vi era solo un “disordine controllato”. Eravamo aggrediti da eventi dolorosi e tragici di un calvario umano inenarrabile. Sfiniti, circondati dai tank russi che non ci davano tregua.

Cancian tentava di risollevarci il morale canticchiando “vivere”. Stava cantando anche la mattina del 23 dicembre mentre eravamo sotto il fuoco dell’artiglieria nemica, tra le macerie, quando smise. Mi voltai e lo vidi ammutolito, gli occhi sgranati. Le sue spoglie riposano a Kantenrminovka insieme a quelle di migliaia di soldati italiani.

Eravamo malnutriti. Bastava farsi sorprendere dal sonno indotto dall’inedia per finire assiderati. Ogni mattina si faceva la conta dei corpi vetrificati che brillavano al sole.

Nella ritirata camminavamo senza sapere dove andare. Incontravamo villaggi bombardati. Il freddo ci mordeva le carni. Spogliavamo i morti per coprirci con i loro indumenti. Lo sconforto diventava ingiuria contro coloro che ci avevano mandati laggiù.

Dopo tre giorni incontrammo i soldati tedeschi che si rifiutarono di ospitare alcuni feriti sui loro camion e c’indicarono un punto di raccolta a due giorni di cammino. Lo raggiungemmo stremati e capimmo che non vi era nessuna struttura organizzativa. A quel punto fu ben chiaro che dovevamo arrangiarci così si formarono nuove colonne umane e continuammo la ritirata. Arrivati in un villaggio, in un bosco, gli abitanti ci accolsero e ci diedero cibo. Ci dissero che la zona era controllata dai partigiani. Mal grado ciò, sfiniti, ci addormentammo. Fummo svegliati da una raffica di mitra, davanti a noi quattro uomini armati c’intimavano di alzarci. Gli abitanti del villaggio si prodigarono per salvarci, il mattino seguente ci accompagnarono con le slitte sulla via per Varosclovgrad.

Nonostante le sofferenze che avevamo portato quella gente ci aiutava a sopravvivere. Capii allora che la nostra aggressione non aveva nulla di patriottico.

In ritirata avevamo rioccupato Stalino. Superammo Kiev e poi Cernikov.

Fui colpito da febbri reumatiche e la commissione medica stabilì il mio rimpatrio in Italia in un treno. Un posto si rese disponibile dopo 3 settimane.

Un giorno con il morale azzerato, il corpo pieno di piaghe e di croste, la testa piena di pidocchi, ridotto a pelle e ossa, qualcuno mi mise una mano sulla spalla e mi chiese: “Ma ti no te si Vitale da Canisan?”. Era Guerrino Toniolo, aveva i piedi congelati.

Arrivai finalmente a Teluscka dove mi lavai e mi disinfettai presso il centro di raccolta misto: civili russi e militari italiani. Eravamo salvi.

Oggi, quando partecipo ai raduni alpini trovo sempre un clima democratico. Bravi coloro che hanno organizzato una manifestazione di alpini per un mondo di pace ma, allora, rientrammo in Italia attraverso un’Europa distrutta, dove trovammo il regime fascista che c’inviò nei fronti di guerra. Molti di noi non attesero l’8 settembre del 1943 per aderire alla resistenza partigiana. Gli “Alpini partigiani” combatterono, pagando ancora un grande tributo di sofferenze, per la costruzione dell’Italia liberata. Fu così che potemmo riscattarci dalla vergogna.


Di seguito potete leggere tutti i racconti che ci sono pervenuti (file in formato PDF)

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