Autobiografie impossibili – Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez

Nacqui nell’epoca in cui i vicini trattavano sul prezzo delle uova il giorno prima di puntarsi un fucile tra le scapole. Le mie prime parole, pronunciate in tenera età, appartenevano al mondo impalpabile dell’aritmetica: – Dieci. Mio padre era un telegrafista, mia madre invece una chiaroveggente che portava in seno la promessa d’un secolo di vita, ma nessuno dei due mi comprese.

Quando nacque mia sorella Elvira annunciai: – Nove – e allora forse i miei genitori intuirono qualcosa, ma fu quando mio fratello Enrique fu accolto dalla luce del mondo e dal mio inamovibile – Otto – che la famiglia si arrese al destino di divenire innumerevole. 

Mi crebbe mio nonno che, grazie al suo grado di colonello, mi insegnò cosa fossero i colpi sordi che risuonavano nel cielo e le nubi nere e dense che si sollevavano dai campi. Mia nonna, al contrario, mi riempì la testa di vecchie storie e quando venne il giorno in cui la dovetti salutare, mi disse: – Se racconterai di aver visto degli asini volare, nessuno ti crederà, ma se racconterai di aver visto tredici asini volare, ecco che qualcuno comincerà a crederti.

Lasciai che mi portassero via di casa, lasciai anche che mi mettessero in mano dei codici pesanti e polverosi, stracolmi di parole ma privi di anche un solo asino volante. Gli insegnamenti pedanti degli avvocati, però, mi vennero subito a noia e decisi in quei giorni che avrei fatto io stesso articoli e libri di miglior fattura. Quando i poliziotti lo vennero a sapere, avevano già i manganelli per aria e a me non rimase che dire arrivederci al mio Paese e lasciarmi guidare dai venti che soffiavano verso Nord.

Durante la mia fuga udii più e più quegli stessi colpi sordi che avevo scoperto assieme a mio nonno. Dopo aver attraversato per la prima volta quel mare che tanto a lungo avevo osservato dal bagnasciuga, conobbi un uomo esile che portava sempre in testa una boina nera. Si chiamava Ernesto e dalla sua tracolla penzolava un fucile più nuovo di quello di mio nonno. Ma l’isola di Ernesto puzzava troppo di polvere da sparo e, per quanto avessi imparato ad amare quelle spiagge, i miei polmoni gonfi di zolfo mi convinsero ad allontanarmi anche di lì.

Vidi delle città d’acciaio, i cui palazzi affusolati puntellavano il cielo lungo tutto l’orizzonte. Le vie erano traboccanti di vita e di uomini che non se ne accorgevano: scrissi molto. Ma laggiù disprezzarono quella puzza di polvere da sparo che avevo portato con me attraverso

il mare e me ne andai più a Sud. Più vicino a casa, sebbene ancora lontanissimo.

Nella mia nuova grande città, al confine tra foresta pluviale e deserto, non feci altro che pensare a quella mia patria da cui venivano le notizie del sangue versato dai miei amici e dai miei parenti. I pensieri mi si fecero così numerosi che divennero pagine, e quelle pagine si fecero così numerose che divennero un romanzo. In quel romanzo ci misi il cuore e qualcuno, nel leggere le mie parole, lo ha ritrovato e ne ha indovinato la sagoma tanto simile a quella del Sud America.

Oggi sono anziano e il libro della mia vita, scritto da un qualche vecchio saggio che non m’illudo di poter incontrare, sta volgendo al termine. Parenti, amici e colleghi hanno annunciato la mia malattia e la mia conseguente agonia, ma so che sono solo impazienti di vedere che scusa m’inventerò per lasciare questo mondo alla loro solitudine. Però sto bene, sono sincero, e il mio unico cruccio è quello di non essere più riuscito negli ultimi anni a mangiare anche una sola banana. Posso almeno rincuorarmi del fatto che casa mia è tornata a essere un posto accogliente.

Amici miei, sono grato per questa mia età gonfia e vibrante e vi saluto con quello stesso fuoco che ha animato la mia vita intera. Oggi voglio chiedervi una cosa sola: tenete lontane, ve ne prego, le formiche dal mio capezzale.

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Giovanni Dedemo

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