Nessuno crederebbe mai a quello che mi è successo. Infatti sarà proprio a lui che mi rivolgerò, a nessuno. Nessuno si fida sempre di me. Perciò, la prego signor nessuno, aguzzi ora bene le orecchie, di più di così!, che questa proprio la farà meravigliare.
Tutto è principato in questo modo: ero in piedi di fronte alla libreria, una mattina di giugno, pescavo romanzi dagli scaffali e li sfogliavo attentamente in cerca d’ispirazione, per trovare qualcosa che mi aiutasse a proseguire un certo mio racconto impantanatosi in trame poco divertenti; quand’ecco che le stampe prendono a sciogliersi e a sbiadire, le pagine a stirarsi, i libri a perdere sostanza come pezzi di carta immersi nell’acqua calda, e insieme ogni angolo della stanza si dissolve rapidamente in macchie oleose. Tentai disperatamente di
afferrare i lembi di realtà che svanivano ma capitombolai in un vortice di atomi e anelli incandescenti che parevano stelle, e fui rivoltato da capo a piedi mentre precipitavo e precipitavo nei pozzi più segreti dell’universo.
Senti qua adesso, signor nessuno: nel momento in cui apro gli occhi, mi ritrovo supino nel mezzo di un bosco fittissimo, di cui non avevo alcuna minima rimembranza. Vago allora tra gli alberi svettanti alla ricerca di una via di ritorno e m’imbatto in un manipolo di cavalieri, corazzati e armati di terribili alabarde, che subito m’intimano di fermarmi. Tra questi c’erano alcuni comandanti terribili a vedersi, che trottavano guardinghi sui loro cavalli e che indossavano elmi bizzarri, dalle fatture animalesche. Uno di loro smonta dalla sella, mi rintrona con una voce da orso, mi perquisisce le tasche, e che trova? Trova una penna stilografica e una pagina scribacchiata di appunti, che si mette a studiare con perplessità, quasi che pareva non avesse mai visto quegli oggetti nelle mille battaglie che aveva combattuto nella sua nobile vita.
Insomma, mi squadra sospettoso con due occhi piccoli come quelli di un gamberetto, poi tuona ai suoi uomini di portarmi via e i tenenti mi incaprettano per bene. Così conciato vengo condotto a un castello magnifico, come se ne vedono nei cataloghi curati dal Guisconi, con torri mattonate di gloria e mura ciclopiche che albeggiano sull’amena pianura di sotto, e bandiere sventolanti come le code furiose di uno stormo di draghi.
Dentro mi attende niente di meno che la regina. Nessuna cerimonia, nessuna annunciazione: mi rovesciano al suo cospetto luminoso e infiocchettato, e io mi stiro la camicia con le mani per apparire meno spaventato. “Chi sei tu?”, schiocca sua maestà, con una voce che frusta, “Da dove sei venuto?”. E io – come immaginerai già, caro nessuno – non spiccicai una mezza parola, tanta era la paura di non sapere quale risposta mi avrebbe fatto perdere la testa e quale mi avrebbe fatto finire impiccato.
Ma ecco la regina insistere e minacciare che, se non avessi proferito nulla, sarei stato gettato dalle alte mura dentro un sacco puzzolente. E io dissi poco, solo questa cosa qui: “Io sono uno scrittore”. Nulla sul mio mondo, che li avrebbe confusi e turbati, ma qualcosa sulla mia professione, di modo che si rasserenassero e comprendessero quanto innocuo fossi. Invece ecco tutti che sussultano, le mani al petto e gli occhi gonfi di sorpresa, trattengono il fiato come in apnea. La regina si alza addirittura in piedi e mi addita, come se volesse fulminarmi, come se volesse farmi morire lì, dove stavo in piedi a tremare.
Causa di tutto quel tramestio era la parola “scrittore”. Loro non la conoscevano, se non come sorta di apax, apparso in una certa profezia antica e legato all’apparizione celeste di un eroe salvatore: io, ovviamente. “Per anni abbiamo atteso te, Skri Thorr Ee!”, esultava la regina e tutta la corte con lei, “I tuoi vestiti strampalati, il tuo aspetto striminzito, la tua venuta provvidenziale dal nulla…! Sì, ogni dettaglio combacia con quanto annunciarono i saggi antenati!”.
Mi spiegarono che il loro mondo era minacciato dal silenzio e dall’oblio. Un guerriero crudele e vuoto di vita, tale Morkoman, presiedeva da anni la potente libreria al centro del bosco sacro da cui ogni essere era nato e così le storie e le memorie del mondo piano piano avevano iniziato a sparire, inghiottite da una nebbia di dimenticanza che avanzava inesorabile per divorare il presente. Io avrei dovuto spodestare questo Morkoman e restituire al mondo la facoltà di ricordare e di raccontare ancora. Dovevo sconfiggere il silenzio.
Ma ti figuri, caro signor nessuno, io che di punto in bianco m’intrufolo nell’armatura, imbraccio la spada e mi affretto contro un nemico di tale ignominia per combatterlo? Prima, si capisce, dovetti allenarmi duramente e trovare in me il coraggio sufficiente per un’impresa del genere! Accettai allora, ma perché in fondo non avevo
altro da fare se non seguire il destino che l’universo mi aveva riservato. Mi allenai giorno e notte, per mesi, e non facendo mille flessioni e trazioni alla sbarra, o deviando i colpi martellanti di un abile maestro, ma scrivendo, scrivendo e scrivendo ancora, fino a quando la mia scrittura fu tanto fluente e libera da precedere i miei pensieri e dar lei forma a loro. Scrivevo di soggettività perdute, di memorie scomparse, le richiamavo e le salvavo, le reinventavo, a volte le cambiavo completamente e così dissipavo la nebbia di silenzio che strisciava.
Finalmente sono pronto. Indosso l’armatura più pregiata, intarsiata di oro nero e imbevuta in potenti magie protettive. Rifiuto la spada e lo scudo che i paggi mi consegnavano con riverenza, e sai cosa faccio, signor nessuno? Sguaino la penna, proprio lei, proprio quella che era caduta nel vortice con me, ed essa si trasforma in una spada portentosa, affilatissima, con la punta a sfera. E ricordi la pagina scarabocchiata, l’altra cosa che portai accidentalmente con me? La srotolo e l’appiattisco sul muro, ed ecco che si ispessisce, che muta in legno, poi in roccia, in ferro, diventa titanio puro, uno scudo da re che reca appunti di parole qualunque.
Così corazzato, marcio verso il bosco sacro, giungo al cancello della libreria e incrocio gli occhi bestiali di Morkoman, iniettati di rabbia e incapaci di esprimersi. Giunge così il momento della verità. Carico l’abietto, maledicendo la sua gelosia mentre sollevo la penna contro di lui. Lo scontro tra le lame è tanto assordante da far fuggire gli uccelli, l’aria che si solleva taglia in due gli alberi e devia il corso dei fiumi.
Colpo, parata, affondo, salto, deviazione, parata, fendente – gli apro il fianco e al posto del sangue rosso sgorgano fiotti d’inchiostro nero. Anche lui riesce a ferirmi, ma so già che è spacciato: il suo silenzio in fondo non conosce altro che sé stesso, mentre la parola, il racconto, la narrazione, può sortire ogni magia dal vocabolario.
Lo scontro termina quando finalmente riesco a trafiggere l’armatura di Morkoman, lì dove si nasconde il cuore. E lui cade di peso a terra, i rigagnoli neri che spruzzano dal buco che gli ho fatto nel petto. Lo guardo che si spegne e vedo che vorrebbe proferire un’ultima parola, ma non riesce, così lo faccio io per lui: “Prometto che narrerò di te”. E sembra andarsene con un vago sorriso negli occhi.
Prendo il chiavistello assicurato alla sua cintola, mi avvicino all’ingresso della libreria e schiudo il lucchetto adamantino che la incatenava. Le porte si spalancano come se le avesse investite un ciclone e spiriti, arie, canti infiniti sbuffano fuori da quei corridoi imprigionati, come schiere di demoni e angeli che desiderano solo
giocare di nuovo insieme.
Questa è la mia assurda storia, signor nessuno. Ci credi? L’avevo detto che non ci avresti creduto! E invece è vera, vera come il sole che scalda il mondo e come il fatto che devi bere acqua per vivere! Comunque, la storia finisce così: concludo la missione, vedo da lontano giungere un manipolo festante e squillante di trombe, pronto a rendermi gli onori che merito, e invece apro gli occhi e sono accasciato sulla poltrona del mio studio, la stessa mattina di giugno di qualche mese fa. Ho ancora il dubbio di aver sognato tutto, eppure adesso ho capito come proseguire quel racconto impastato, e ho sentito pure dire che i miei vicini hanno desiderio di scrivere un libro!
Ma ci pensi? Loro che dicevano di odiar leggere perché nel farlo non riuscivano a star comodi seduti! Io li incito, li aiuto. Cosa giustissima, la vostra, gli ho detto io, perché importante non è la bella scrittura, non il giudizio estetico, la forma, ma il fatto che c’è la scrittura, che testimonia, che dice, che permette di accedere a una storia segreta, a uno spazio del mondo. La scrittura dev’essere come la vita, non come gli angeli, che sono tutti belli e i maledetti vengono scacciati: deve provare tutto, estendersi, espandersi, essere sempre, miracolosa e pura, per raccontare agli dei le milioni di verità di questo universo.
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Leonardo Albano


