“Miss Austen”
“Miss Austen!”
“Miss Austen…”
Le voci che mi chiamavano erano così tante che non riuscivo a focalizzare l’attenzione su nessuna di esse e per qualche istante mi sono lasciata semplicemente abbandonare al piacere di quella piccola ma convinta ovazione, che per la prima volta non arrivava dalle voci entusiastiche e affettuose dei miei familiari, e nemmeno dalla seppur ricca cerchia delle mie conoscenze. No, quei volti erano per lo più piacevolmente ignoti, tutte storie con parole ancora da scrivere, e il mio acuto spirito d’osservazione era messo a dura prova: riportare questa inaspettata esperienza alla mia amata Cassandra senza risparmio di particolari sarebbe stata una bella sfida, nonostante qualcuno mi ritenesse pari a una pittrice fiamminga per ricchezza di dettagli e accuratezza della rappresentazione. Per qualche istante, lì in mezzo all’enorme salotto dei Roden che in pochi minuti s’era fatto palcoscenico, mi sono smarrita in un tempo in cui quella recensione anonima di “Emma” sul “Quarterly Review” non era ancora stata pubblicata. Una parte di me sperava che l’anonimato nascondesse la penna di una donna, proprio come nel caso dei miei romanzi, ma era pur vero che l’ampollosità della lunga dissertazione sull’opera aveva un sapore squisitamente maschile: ben istruito, competente, ma pur sempre arrogante. Sì, dico arrogante anche se la sua recensione di “Emma” è più che positiva: semplicemente poteva esprimerla con qualche riga di meno. Però c’era una cosa da dire: sarebbe stata una storia ancora più avvincente se, proprio in quel momento, anche la penna della recensione fosse uscita dalla sua quieta ombra e avessimo potuto conversare insieme.
“Miss Austen”
“Miss Austen!”
“Miss Austen…”
Gli applausi avevano cominciato a frastornarmi, come giungessero da una remota grotta degna di un romanzo dei nostri tempi annoiati. E pensare che fino a poco tempo prima mi stavo crogiolando nella mia lucida insoddisfazione della serata, della compagnia, persino del mondo… all’improvviso la mia vanità poteva dirsi più che soddisfatta. Persino le pernici proposte poco prima in tavola e la carta da parati che addobbava con pacchiana insistenza le pareti in quel momento mi risultavano meno odiose.
Con l’inevitabilità del tempo ma in dispetto alla mia vanità, gli applausi erano cominciati a scemare e a tramutarsi in sorrisi compiaciuti e mezzi inchini; così io ho ricominciato a dipingere i miei quadri, riemergendo da quelle mie riflessioni che rischiavano, facendo lunghi giri ma concentrici, di raggomitolarsi su sé stesse e d’ingarbugliarsi tutte. Io, proprio io che sapevo uscire al meglio da qualsiasi conversazione provocatoria, complicata o indagatrice. Nel frattempo, gran parte della platea tornava alle posizioni precedenti alla lettura e scivolava in fitte conversazioni e gioiosi impieghi, tra cui ben due tavoli di Commerce in cui la cara mamma si sarebbe trovata in suo perfetto agio. Ecco allora che cominciavo ad essere raggiunta da diverse figure variamente illuminate da entusiasmo e compiacenza. Sfortunatamente ho sempre avuto troppa stima della mia intelligenza per provare ad ingannarmi: senza reale governo della mia volontà, tra quelle decine di paia di occhi, mi sono ritrovata a cercare anche i suoi. Nel passare in rassegna la sala, che ormai credevo di sapere a memoria, ho scartato ogni viso troppo giovane o troppo vecchio, ogni delicata linea femminile; ho messo da parte gli occhi di un colore e le sopracciglia folte, ho scrutato sopra ogni foggia di cravattino, finché in un tempo che pareva tanto ma tanto non poteva essere, sono giunta alla conclusione che lui non c’era. Come poteva esserci, del resto: non ve n’era ragione alcuna, eppure ho pensato che sarei stata contenta persino di venire smentita ⎯ io, smentita! ⎯ pur di trovare un paio di spalle come le sue, persino dentro a quella giacca troppo chiara del nostro primo incontro, infiniti anni fa. Ma fortunatamente ho avuto sempre anche troppa stima di me stessa per dispiacermi davvero: non potevo esimermi dal constatare che tutti quei cori di “Miss Austen” messi insieme non valevano un solo sussurro di “Mrs. Lefroy”.
“Carissima Jane, ho avuto proprio una bella idea, non trovi?”
Tra gli altri, Fanny insisteva per farmi ammettere chiaro e tondo quanto fossi rimasta lusingata dalla sua proposta di farmi leggere ad alta voce il mio stesso libro ai presenti, illustri sconosciuti. Il tutto era stato tanto imprevisto quanto naturale: la mia cara Fanny stava parlando di letture con alcuni invitati e si è iniziato a parlare di “Emma”. Sciocchina com’è, la mia adorata nipote ha voluto sfidarli a commentare con sincerità l’autrice, e i suoi due interlocutori, entrambi alla ricerca della sua approvazione, s’erano lanciati in congetture su questa figura autoriale che lei deve aver trovato spassosissime da ascoltare. Così alla fine mi ha smascherata e mi ha invitata a leggere, perché a parte lei, la madre di lei, e Mr. Wilmot che di fatto a Bath aveva soggiornato a pochi passi dai nostri amici Leigh-Perrot, nessuno sapeva che proprio io ero “l’autore di Orgoglio e pregiudizio”. Così la serata si è per un attimo trasformata, ed è stato un gran bene visto che pur tra decine di persone l’Intelligenza scarseggiava.
Anche gli uomini hanno applaudito, per lo più con il contegno che ritengono gli si addica, e pur ricevendo da loro sorrisi benevolenti e a tratti entusiasti, ero certa che qualche centimetro sopra quelle basette irsute e non sempre ben governate si fosse insinuato un certo pensiero: “Sarebbe meglio scrivesse un romanzo storico, o un romanzo d’avventura”. Senza neanche considerare i pensieri, se fino a qualche anno fa avessi avuto un solo soldo per ogni volta in cui mi sono state rivolte parole simili, scandite bene ad alta voce, posso affermare senz’altro che nessuno si sarebbe rammaricato per il mio status di nubile: avrei avuto una bella rendita senza bisogno di marito.
Mi ritengo più che soddisfatta di una cosa, tuttavia: hanno ormai ben smesso di rammaricarsi del mio essere nubile. “Oh Jane cara, se solo ci fosse un uomo così per bene anche per te!” dicevano pensando ai loro sposi, presenti e futuri, le lingue di parenti, amici di parenti, vicini di casa, amici di vicini di casa, nonché parenti di amici di parenti e di vicini di casa. E nel dirlo occhieggiavano appunto a quelle figure spesso panciute, a volte canute, poco spesso piacenti e ancora meno “per bene” che davano loro il braccio. Come se ci fosse sempre qualcosa da lamentare. Vogliamo tutti essere Emma Woodhouse senza capire che la vera fortuna è essere Miss Bates. Oh, no. Nossignore. Non io. A me basta essere “l’autore di Orgoglio e pregiudizio”. Mi rammarica che sia così difficile da comprendere la
gioia profonda che mi danno le confidenze con Cassandra mentre stiamo rannicchiate nel letto con l’aria gelida della notte che si aggrappa alle finestre, o le passeggiate mattutine con le scarpette umide di rugiada, il sudore che stilla dalla fronte e scompare tra le pieghe delle mie guance euforiche dopo innumerevoli giri di quadriglia; il trionfo di quella parola tanto cercata e finalmente scoppiata nella mente come una scintilla, il ruggito d’orgoglio nel mettere il punto alla fine di una frase risolutiva; ricevere tra le mani una lettera dai miei nipoti preferiti ⎯ Fanny, James, Caroline ⎯, gli occhioni sgranati dei piccoli che pendono dalle mie labbra e cercano il conforto delle storie della loro zia Jane; l’attesa febbrile della prima copia del mio nuovo romanzo fresco di stampa, gli applausi che elargisco estasiata a teatro al termine di uno spettacolo capace di vero intrattenimento d’ingegno e gli applausi in tutti i salotti inglesi in cui ho avuto il fiato e l’orgoglio di leggere, anche se pochi, a partire dal vecchio fienile della nostra cara casa di Steventon.
Ho raccolto mentalmente qualche opinione sul romanzo che poi con diligenza riporterò nel mio taccuino, ma per stasera ho davvero tanti pensieri che scorrono nella testa. Oltretutto, non posso non rammaricarmi del fatto che gli spunti veramente importanti sono stati pochi; piuttosto, ho dovuto tagliare corto una conversazione con un certo signore Halifax, fastidioso come quegli uomini ai balli che non si scomodano a invitarti a danzare nemmeno quando i gentiluomini palesemente scarseggiano. L’approccio è stato come uno tra tanti che andava nella direzione del “dovreste scrivere un romanzo d’avventura”, al quale ho replicato con tutta la cortesia possibile che non era mia intenzione farlo, perché desidero rimanere fedele al mio stile e proseguire a modo mio nella mia strada; del resto, se anche non riuscissi ad avere mai più successo in questa forma, sono convinta che incontrerei un sicuro fallimento in qualunque altra. Il mio pensiero però, nel pronunciare tali parole con quella che mi sembrava una granitica fermezza, ha dirottato parte della mia attenzione sulle pagine di Northangher Abbey custodite in uno dei miei cassetti lì a Chawton e che forse un giorno mi deciderò di dare alle stampe.
Un altro signore, che accompagnava una donna dal viso particolarmente appuntito e labbra del tutto silenti, per non dire pietrificate in una totale assenza di verbo, è stato il primo a congratularsi pubblicamente per la dedica pubblicata in trionfale prima pagina su “Emma”, figlia di quel comando travestito da suggerimento arrivato dal Principe Reggente tramite terza persona. La verità era che tra le poche persone dalle quali avrei accettato una critica negativa sul romanzo ⎯ che già era sottoposto a una feroce autocritica da parte della sottoscritta ⎯ era Mary Wollestonecraft. Essendo deceduta ormai diciannove anni fa, era evidente che la mia fissazione non potesse che essere un nuovo motivo di cruccio senza soluzione, e così avevo deciso di fare da me: avevo realizzato la mia prima “recensione impossibile” immaginando una lettera che l’autrice avrebbe potuto scrivermi. L’avevo poi sottoposta al giudizio di Cassandra e di Frank ⎯ devo dire, dopo tanto tempo, con un pizzico di timore ⎯, che per fortuna alla fine hanno risposto con piena approvazione.
Una conversazione più interessante, però, l’ho avuta con una giovane. Era una di quelle ragazze che sembravano fatte per illuminare lo spazio senza esserne del tutto consapevoli e, ancor peggio, senza che vi fosse sforzo alcuno. Pensavo alla fine mi volesse confessare di essere una scrittrice anche lei, e che forse avrebbe avuto l’ardore di provare a sottopormi degli scritti. Mi stavo già domandando se potesse essere una buona idea ed ero quasi propensa per il sì, memore dei tanti consigli dati alla mia cara Anna nel corso degli anni e consapevole di quanti pochi padri comprensivi e inclini agli incoraggiamenti ci siano là fuori, poiché il mio è stato senz’altro una splendida e fondamentale eccezione, quando la giovane mi ha lasciata completamente sbalordita nel confessarmi che non amava molto la lettura ma che aveva deciso di applicare uno sforzo superiore al normale per arrivare in fondo ai miei scritti. Affermazione che non trovava certo la mia approvazione, ma la mia vanità un po’ sì. Solo, anche lei alla fine è caduta nel cliché in cui tanti cadono, come la mia cara Anna che si sperticava nel raccontare un’eroina perfetta. Ed ecco che questa giovane luminosa spegne del tutto il mio entusiasmo nell’additare di perfezione una delle mie eroine ⎯ e quanto mi sconvolge che siano così tanti a credere perfetta la mia Emma, quando è forse proprio la più imperfetta tra tutte le mie eroine! Comincio già a chiedermi cosa diranno quando conosceranno Anne: è quasi riuscita troppo bene per essere mia. Nel frattempo però, anche a questa lettrice atipica mi sono trovata a dare la sentenza che lascia tutti spiazzati: niente donne perfette per favore: tanto nei libri quanto nella vita, esse mi danno il voltastomaco.
Ma basta per oggi: ho dato anche troppo spazio a tutti questi pensieri. Continuerò a lasciare da parte la lettera alla cara Cassy, e pure l’aggiornamento del mio taccuino, per tornare fedele e concentrata al mio caro bambino che cresce, giorno dopo giorno, prende una forma sempre migliore come un pruno addomesticato dal bravo giardiniere. Charles lamenta scherzando quanto il suo nuovo nato sia lontano dagli Austen e abbia preso così tanto dai Palmer ⎯ ma non sarà mai il mio caso. Un bambino che non sarà fatto della mia carne e delle mie ossa, ma di certo ha il mio sudore, i miei calli sulle dita, tutto il mio spirito e il mio sguardo sul mondo. Spero di avere anche io come gli uomini il privilegio che a nessuna donna mai viene concesso: che un giorno abbia pure il mio nome.
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Giorgia Favero


