Contrariamente ad ogni mia speranza, il giorno dopo mi desto con lo stesso, identico malumore con cui mi sono coricata iersera. Questa consapevolezza si affaccia nel mio spirito dopo pochi minuti di veglia e prende piede con pienezza nell’alzarmi dal letto, gravata da quel pensiero come da un macigno. Tento di cacciarlo malamente in un angolo mentre osservo dalla finestra le sfumature con cui il principio d’autunno comincia a dipingere i verdi prati attorno Ca’ Soderini.
Mi vesto, mi appresto alla colazione. La trovo come sempre ben preparata, piacevolmente tiepida. Non scalda tuttavia il mio animo tormentato da parole di ghiaccio.
Mi duole informarla che…
…purtroppo…
…non v’è proprio il modo…
Ben presto mi accorgo della necessità di un diversivo più efficace della bontà del pasto, che lascio a metà con l’urgenza di raggiungere quanto più velocemente possibile, nonostante le dimensioni imponenti della casa, il mio ritirato studiolo. Abbandonata su una poltrona, lascio tacere il grammofono e scelgo nelle pagine di “Lettura” un pessimo diversivo.
Purtroppo…
…non v’è proprio il modo…
Bastano pochi minuti per arrendermi, e d’altronde sono stata sciocca a pensare che proprio tra le righe di un racconto avrei potuto trovare un balsamo per il mio malumore. Il mio studiolo, con le sue tante porte e finestre che danno sul parco, oggi mi sembra più che mai un’uccelliera. Ne esco a passi svelti, ma non prima d’aver afferrato dallo scrittoio la lettera che, nonostante lo sdegno e la frustrazione della sera prima, mi ero premurata di riporre meticolosamente al suo posto nella busta.
Attraverso di nuovo la casa, dove si svolgono già da ore le consuete faccende del mattino, indosso il mantello e gli stivaloni, esco con un profondo respiro, come quando da bambina nella casa di Castelfranco giocavo alle immersioni nella vasca da bagno. Accolgo dentro di me l’aria per sopravvivere a questa nuova notizia che mi opprime.
Autunno, sì. Ce ne sono tracce nei più minuti particolari. Su di essi mi concentro mentre prendo la via del castagno, saggiando per la milionesima e una volta con il pensiero tanto la meraviglia dell’architettura della natura, quanto la sapienza del mio amato e pianto Giulio. Nel disegno delle aiuole, nella scelta delle piantumazioni, nei pendii dolci sui quali i nipoti amano sciare d’inverno, c’è ancora il suo genio appassionato, la sua sapienza gentile. Sono trascorsi nove anni appena dalla sua morte ma il canto inconfondibile del fringuello nascosto tra le fronde dei tigli è come il suo respiro che mi circonda.
Proseguo il mio cammino sul terreno ancora umido di rugiada: nuvole di fatica m’escono sbuffando dalla bocca, mentre la mano comincia a ghiacciarsi e le dita a serrarsi come statue attorno alla carta leggera della risposta di Pancrazi. La tengo lì, a ondeggiare ritmicamente al mio fianco, senza aver davvero la voglia di aprirla e riavere nuovamente davanti agli occhi quelle parole ancor più glaciali. Questa volta non sono caduta in errore: la natura intorno a me, così bella, la sento mettere in opera il suo grande, benefico potere, che è quello di rasserenare, mettere pace nello spirito, persino nel mio, persino in questi anni così duri.
Comincio a scorgere il castagno. La sua chioma immensa è ancora più visibile da quel valloncello attraversato dal filo d’acqua limpida dalla Lugana, che seguo come Colombo inseguì la sua rotta attraverso l’oceano. Una volta sotto, la sua imponenza mi scuote: i suoi rami larghi, aperti, danno come l’impressione di un’architettura predisposta da una mente pensante – e chissà perché mi viene in mente così, solo adesso, per la prima volta. All’amico Carducci sarebbe piaciuto. Decido senza accorgermene di prender posto sulle radici, accarezzo l’erba odorosa che in altra stagione è punteggiata di violette, romantiche e modeste.
Sfilo la lettera dalla busta, la apro, rileggo solo le prime righe.
Illustrissima,
Mi duole informarla che il suo scritto “Paolina” non è stato accolto e non v’è proprio il modo di pubblicarlo tra le pagine de “La lettura”. L’attendo a prove migliori…
Ripenso con inevitabile sdegno alle poche frasi lette questa mattina sulle pagine di “La lettura”. Venti righe appena e i miei occhi erano corsi alla firma, un’altra dama dalla fortuna – quella, sì, non necessariamente il talento – più evidente della mia. Non sono più la Paola Drigo del 1912, quella che scrisse chiedendo a Orvieto del “Marzocco” se credesse che valessi qualche cosa: so di valere e non sono l’unica a pensarlo. Non può essere il romanzo l’unica soluzione per uscire dalla mia empasse, come tanti vogliono convincermi a credere; non è il momento giusto, il romanzo deve fiorire da sé, e del resto non ha nulla di meno di una storia ben scritta in un racconto, breve o lungo che sia. Senza contare che di romanzi brutti e insignificanti ce ne sono già troppi in Italia.
Osservo la lettera, abbandonata sul tappeto d’erba, appena increspata da una brezza frizzante.
“Io vorrei fare, se mai, una cosa molto bella” dico a me stessa, e lo dico ad alta voce per dare un peso ulteriore a quella convinzione. Non tornerò a scrivere su “La nuova Antologia“: non tollero che a “Conversazioni”, la mia proposta per la nuova rubrica, si sia preferito quel miserabile “Opinioni femminili”. Per difendere il mio titolo mi sono sentita dare della femminista, come se fosse da femministe osservare che se è una mia opinione quella che si cerca, la si dovrebbe cercare come opinione in quanto tale, e non perché sono una donna. Se non fossi nata con queste nefaste gonnelle, credo che sarei stata un gran giornalista, e dei più battaglieri: e invece eccomi qui, a nascondere le mie opinioni dietro a specchi per le allodole. Vorrei solo che si cogliesse quanto in me è ovvio e limpido: le donne delle mie storie esprimono in vario modo il dolore ch’è nel destino umano. Vite disattese e violentemente ferite, soverchiate da una quotidianità a volte tragica, piene di sincerità e di una verità che io, ma non io soltanto, e donne e uomini ugualmente, l’umanità, possiamo provare con la nostra biografia.
Alzando lo sguardo nel prato attorno, mi pare di vederle tutte: Paolina, Anna, la signora X, Alberta, la madre di Codino, tutte. Loro le riconosco subito, così come mi sono uscite dalla penna intinta d’inchiostro, ma ce ne sono tante altre ancora da immaginare che posso solo scorgere. Una Maria, anche, come la mia bambina perduta al primo vagito. Mi attorniano in quella radura dominata dal castagno, e m’incitano con occhi di carta.
Questo del resto è il compito dell’artista, del narratore: far scaturire dai singoli casi narrati, lieti o tristi che siano, qualche verità, qualche considerazione d’interesse umano generale, qualche sentimento che oltrepassi i limiti del suo racconto e di fatto descriva un problema di vita.
Questo son io: una narratrice.
Ma poi, nel pomeriggio, lontana dalla chioma protettiva del castagno e dalla brezza dolce discesa dal Grappa, questa certezza viene nuovamente incrinata. Lì nello studio ch’era stato di Giulio, sommersa da mappe e libri contabili, richieste di pagamento, telegrammi, riavvolgo come un gomitolo di filo i miei pensieri alla luce delle incombenze mondane. Quel dolore di vita che mi ostino a descrivere nei miei racconti si affaccia con tutta la concretezza possibile sulle mie ossa e il mio animo. Questo è il periodo delle “udienze”, colloqui interminabili con gente organicamente reticente; delle ispezioni, dei restauri, dei progetti di lavoro; della ripresa di contatto coi dipendenti. Dalla morte del fattore, l’amministrazione delle modeste proprietà lasciatemi in eredità mi risucchia e mi sfibra, sebbene sia consapevole che queste mi concedono poi di vivere completamente indipendente da qualsiasi persona o cosa, senza ricchezze, ma senza povertà. Che altro ci si aspetta da me? Che vogliono i dipendenti, i fittavoli, i restauratori? Che si aspettava mio padre, l’ardente garibaldino, da quella figlia che per prima fra tutte ha studiato al ginnasio trevigiano? Che si aspetta da sua madre mio figlio, intelligente, massacrante, eppure sempre così distante? E Pancrazi, quali “prove migliori” s’immagina? E i nobili amici, che regolarmente mi parlano di romanzi che in cuor mio non sento di poter scrivere? O di voler scrivere? Lì, seduta allo scrittoio ch’era di Giulio, sono distante dalla me di questa mattina, ma del resto ancora molto distante dalla me di dieci anni fa, quando negavo con gli amici d’esser la Paola Drigo di cui ogni tanto compariva una novella sulle riviste. Ma allora, dunque, chi sono io?
A sera ricevo le amiche. Distrattamente avevo scordato l’invito fatto e il mio unico desiderio – il caminetto e il libro di Colette, e solo per breve tempo, per andare a letto presto – naufraga indolente al largo della realtà.
Nel braciere d’argento fumano profumi d’Arabia e tutti i posti migliori nel salottino sono occupati. Io nella mia poltrona, Cietta e Adele nel divanetto, i cani sdraiati ai piedi, le testoline pelose abbandonate tra le zampe anteriori: anche loro si godono il rinnovato tepore di un caminetto strepitante – quello, sì, è rimasto dal mio desiderio di poche ore innanzi. Amo queste serate, ma mi è difficile tener celati i miei turbamenti d’animo, sui quali ben presto le due donne, dopo una conversazione animata sul reciproco stato di salute, e dei figli, e dei nipoti, decidono di non tacere.
Confesso dunque la lettera di Pancrazi e se ne dicono oltraggiate: come conviene alle amiche meno strette, difendono “Paolina” con mancanza di obiettività. Allo stesso modo avevano reagito al rifiuto di Mondadori di pubblicare “Fine d’anno” e avevano lodato le mie due “Opinioni femminili” con analogo e opposto ardore. Ciò detto, non mi vergogno nell’accogliere le loro parole come un balsamo. In questi tempi più che mai m’è di grande conforto l’amicizia, la stima di pochi, di qualcuno.
“E adesso, cara amica, che cosa farai?” chiede Cietta dopo aver convenuto con Adele che Pancrazi mancava totalmente di lungimiranza. Le loro parole, le possibili risposte che vagheggiano parlandosi l’una sopra l’altra, vengono sovrastate dai miei pensieri che, come un elastico, si tendono e si riassestano. Il peso dell’amministrazione, il rifiuto di Pancrazi, tutti gli altri rifiuti, il marito perduto, la richiesta incessante di un romanzo che non esisteva, la mamma in grande età, mio figlio guerrafondaio, le “Opinioni femminili”, le lamentele dei fittavoli, tutto, tutto tutto questo si mescola nella mia testa e ambiva a uscire dalla bocca, dalle orecchie e dal naso come un rigurgito indigesto, eppure tutto, tutto tutto il romanzo, Pancrazi, i libri contabili, le femministe, il figlio, la morte, tutto, tutto tutto fuoriesce in un’unica frase che spezza la conversazione concitata nel salotto caldo come una finestra che si apre su di un ghiacciaio:
“Questo son io: una narratrice. Tale voglio restare”.
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Giorgia Favero


