Alternando il ricordo degli antenati legati alla terra – i loro corpi, le loro fatiche, la cui memoria sembra ora tutta un’invenzione – alla sostanza fantasmatica degli algoritmi e degli indicatori economici che ci dominano, Daniele Berto fa oscillare la sua parola dal silenzio davanti agli alfabeti di una terra che chiede requie, fino all’ombelico del nulla di una realtà che ci vuole costantemente sul pezzo, senza più alcun rapporto con la storia. “Il delta dell’ultima stilla” di Valentina Pasquin (Isolario Edizioni, 2026) evoca una stirpe di donne, una genealogia immaginaria di custodi, veggenti, narratrici, nomadi. Vengono da tempi sospesi tra memoria e mito. Non le conosciamo, eppure ci sono familiari. Non si può dire che siano sacre, perché ne riderebbero e si scrollerebbero di dosso ogni aura. Vivono come un evento naturale, senza giustificazione. Sono stilla preziosa che si dirama in un fertile delta, in un fluire senza più rive. Con questa raccolta, Valentina Pasquon costruisce un’opera stratificata che unisce tensione narrativa e densità lirica. Il testo si muove in uno spazio simbolico dove l’acqua – sorgente, mancanza, delta – diventa metafora di un’identità in continua ridefinizione. La lingua, fortemente ritmica e visionaria, procede per accumulo e scarto fino a costruire una tessitura che sfida i confini tra poesia e racconto. Ne deriva un poemetto corale e insieme unitario, in cui la frammentazione non disperde ma intensifica il senso, e ogni segmento contribuisce a una traiettoria di attraversamento: dalla perdita della voce alla sua rifondazione.