“Chaclacayo, Perù, Gennaio 1974” di Barbara Bonet

Ho 6 anni e una gamba ingessata. A Natale i miei genitori hanno dato una festa per salutare tutti gli amici, ormai la nostra partenza per l’Italia è imminente. Non c’è fretta, ci verremo in nave, niente visto per gli USA e qui non si può restare, si torna a Carpesica da dove loro – anni prima – sono partiti. La caviglia me la sono rotta alla festa e il gesso lo toglierò in febbraio durante una tappa della navigazione. La mamma ha fissato la gamba con un foulard al nastro della tapparella per tenerla sollevata in modo da far circolare il sangue.

Sto dormendo, arriva il terremoto e tutti corrono fuori. Quando eravamo ancora più piccole, i nostri genitori caricavano in braccio me e mia sorella e correvano fuori prendendo al volo la borsa, quella che stava sempre vicino alla porta.

In Perù ci sono almeno 30 terremoti l’anno. Quanti racconti di disastri che squarciano la strada inghiottendo autobus! Vicino alla porta, tutti tengono una borsa con le prime necessità, acqua soldi, vestiti, cibo in scatola e biscotti, in caso non si riuscisse a rientrare.

Appena la terra comincia a tremare, quel giorno di gennaio, tutti corrono fuori. Io no. Chi slegava la gamba dalla tenda? Tempo di accorgersi che non sono uscita ed è finito. Io sono a letto (dove sennò?) le braccia incrociate sopra la testa e un cuscino sopra. Da allora non ho più avuto paura.

Come nel 1976, da poco in Italia, terremoto in Friuli. La mamma che diceva “Bambine uscite, c’è il terremoto” come fosse una cosa normale. Tipo “prendete l’ombrello, piove”.

È la rassegnazione atavica e l’impotenza di vivere in luoghi dove la distruzione è ciclica. Terremoti e colpi di stato, gloria e polvere, ricchezza e desolazione.

Ma faceva più paura partire e “tornare” in un luogo in cui non ero mai stata. Per i miei genitori, Carpesica era casa (da lì erano partiti), per noi figlie era niente, perché eravamo nate dall’altra parte del mondo.

Migrare è una tragedia. Lasci tutto, la casa coloniale con la fila di palme, Diego il mio amichetto del cuore, il profumo della papaya col suo nido di semi come grani di pepe, il suo colore, simile a quello di certi tramonti che solo al sud si vedono. L’odore di sud… mi coglie sempre a tradimento quando scendo da un aereo: Bari, Formentera, Miami.

I primi giorni di scuola, la maestra che dice “scrivete la data” e tu che chiedi cos’è la data. La maestra zitella che ci insegna le cose che abbiamo perso saltando la prima elementare e ci porta le frittelle di fiori di acacia. La prima neve, il primo freddo.

Riscrivi ogni volta i ricordi, rimangono gli odori, i sapori, gli stati d’animo. Le cose no. Le cose si fanno e si disfano, a volte a causa dell’uomo, a volte nonostante l’uomo.

Perdi tutto per un terremoto, un colpo di stato, una guerra. Perdi tutto e trovi persone che non hanno mai perso niente e non sono disposte a dividere nulla di quello che hanno, luoghi cose e ricordi.

Quanto tempo da quando avevo 6 anni, una gamba ingessata per aria e mi spiegavano, senza che capissi davvero, che dovevo andare via da quella che per me era casa. Ho visto molto mondo, vissuto tre continenti ed imparato a tenermi caro ciò che ho ma ad essere sempre pronta a starne senza. Una matita, un libro, una collanina. Amuleti che si perdono e si sostituiscono perché comunque nel bene o nel male la differenza la facciamo solo noi.

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