“Martina, Tobia ed io” di Roberto Giacometti

Da oggi pubblichiamo i racconti “Sotto la porta”, inviati alla redazione di CartaCarbone in occasione del concorso organizzato per le festività natalizie. Buona lettura!

Nessuna ricerca scientifica è ancora arrivata a stabilire come ragioni e scelga di comportarsi un cane. Ma in fondo a me non interessa. Quel che so è che il mio Tobia è un genio e che, sebbene a modo suo, è un essere umano. Anzi no, molto meglio: molto più umano.

Tobia è un Malinois[1], un cane da pastore belga col muso nero e il manto color frumento maturo. Coda a sciabola quasi sempre in movimento. Sguardo acuto per mostrati quanto è intelligente e farti invidia. Robusto. Mansueto. Vivace. Ottimo fiuto e una innata propensione a rendersi utile.

È la razza di cane che stiamo utilizzando maggiormente da qualche anno a questa parte. Tobia è un cane da ricerca della Sezione Cinofila di Firenze della Protezione Civile e io sono il suo conduttore. “Cane da ricerca” mi piace di più rispetto a “cane molecolare”, che me lo farebbe sembrare un clone robotizzato di quadrupede alieno. Invece il mio appellativo di “conduttore” me lo devo tenere per questioni di disciplina, anche se io direi amico, anzi, vero amico.

Era come sempre nella sua cuccia, ai piedi del mio letto, la notte del 24 agosto, quando ho ricevuto la telefonata dal Dipartimento che mi informava del terremoto nel Centro Italia.

Ma tu non l’hai sentita? – mi avevano chiesto. No, la prima scossa non l’avevo sentita perché ho il sonno profondo, ma Tobia certamente sì. Lo dico perché ricordo che quando è squillato il telefono lui era già in piedi, col muso accanto al mio. E sono sicuro che aveva capito che non si trattava di un’esercitazione, perché eravamo partiti che faceva ancora buio e non era mai accaduto prima.

Tobia sa che quando viaggiamo con l’auto di servizio deve stare nella gabbia. Non gli piace, lo si vede dagli occhi rassegnati, ma non fa storie. In quel viaggio, invece, sembrava più agitato. Durante il tragitto avrà cambiato posizione cento volte.

Ed ora eravamo arrivati, in coda alla colonna. L’ho fatto scendere subito per i suoi bisogni, mentre andavo a prendere ordini. La luce del mattino illuminava un paesaggio spettrale: davanti a noi era tutto distrutto. La terra continuava a tremare. C’era gente disperata che vagava senza meta e ce n’era che stava seduta sulle macerie, con la testa tra le mani. C’era gente che urlava, chiamava nomi, chiedeva aiuto, e ce n’era che non aveva parole. C’era gente a terra e gente che avanzava zoppicando, insanguinata. E tutti erano sporchi, impolverati, dello stesso colore dei calcinacci. Ma la sensazione predominante era che mancasse un sacco di gente.

Tobia, da quando era sceso, non stava nella pelle. Fiutava col muso all’insù e mi tirava qua e là. Era la prima volta che doveva cercare sul serio, perché Tobia è ancora giovane, ha solo due anni e mezzo, e stavolta pareva che non si aspettasse alcun biscottino.

Assegnato alla mia zona, l’ho finalmente liberato e gli ho detto – Dai, cerca! – e lui è partito a razzo. Col naso a due dita da terra fiutava nervosamente tra le macerie di una casa a due piani, ora alta non più di due metri. Quando trovava, durante gli addestramenti, Tobia si voltava verso di me e abbaiava. Questa volta no. Questa volta è venuto a prendermi. Tutto eccitato, mi saltellava davanti e mi sollecitava a seguirlo. Io ero più lento, perché dovevo stare attento a dove mettevo i piedi. Da sotto una porta verde spuntava qualcosa di rosso. I colori forse li ho visti o forse li ho solo immaginati, perché in realtà era tutto quanto dello stesso colore, tra il grigio e l’ocra. Ma me li ricordo così. La macchia rossa era il pigiama di Martina, sei anni, semischiacciata da quella porta verde che però l’aveva salvata. La porta del bagno, ho saputo poi.

Siamo andati a trovarla tre volte all’ospedale, io e Tobia. Hanno fatto entrare anche lui perché gli ho detto che è stato lui a salvarla. Martina se ne è innamorata subito e anche lui di lei. Tra una settimana dimetteranno Martina, che si è rotta una gamba e il bacino. I suoi genitori non ce l’hanno fatta. Per il momento andrà a stare da una zia, sulla costa, poi si vedrà. Ho promesso di andarla a trovare con Tobia. Se non fossi scapolo l’adotterei. È bellissima, coi capelli neri, ricci, e gli occhi che persino ti pungono, tanto sono attenti e curiosi.

Tornato al mio mestiere e al mio casale in campagna, adesso sono ancora più fiero di avere Tobia al mio fianco. Ma in effetti, devo ammetterlo, sono anche un po’ geloso, perché Tobia non è più solo mio.

 

 

 

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