“Terremoto” di Adriano Zanatta

“Fuori! Fuori! Fuori!”

Le urla di mia madre ci arrivano mentre il divano, dove siamo distesi a guardare la televisione, sta ballando.

Non capisco niente ma mi alzo di scatto.

A fianco a me, anche lui subito in piedi, c’è mio fratello, che ha un paio di anni più di me.

Mentre raggiungiamo la porta sento mia madre spaventata a morte che vuole metterci ancora più fretta gridando: “Terremoto! Terremoto!”

La parola è conosciuta ma allo stesso è nuova. Anche il rumore tutt’intorno è nuovo, strano, cupo, forte, profondo, ed è ben diverso dai rumori della casa, quello dei soprammobili che saltano, delle finestre che tremano, dei bicchieri che cadono.

È un boato di sottofondo che fa pensare a una metropolitana che ti sfreccia sotto i piedi.

 

L’abbiamo sentita, la metro, la volta che siamo andati a trovare zio Raffaele a Milano. È passata proprio sotto di noi. E io e mio fratello, che non ce lo aspettavamo, ci siamo guardati con quel mezzo sorriso di chi ha un po’ di paura ma non vuole farlo vedere. Poi abbiamo visto tutti tranquilli e mio zio, che si era accorto che noi due eravamo rimasti un attimo fermi e titubanti, aveva risolto tutto dicendoci: “Sentito che roba? Pensate a chi abita qui!”

 

Ma qui la metropolitana non c’è.

Qui dobbiamo uscire il prima possibile.

Ci sono quattro piani da fare.

Io e mio fratello, come delle frecce, scendiamo i gradini quattro alla volta, usando la ringhiera come una liana, come facciamo sempre quando corriamo giù a giocare.

Vince lui, di un pelo.

Comunque siamo i primi ad arrivare in cortile.

Mentre noi, con un pò di fiatone, ci guardiamo soddisfatti, escono quelli del piano terra.

 

Però sta ancora tremando tutto.

E nostra mamma non arriva.

Lei i gradini li fa uno alla volta.

Passano i venti secondi più lunghi del mondo e, assieme a tutti gli altri condomini giunti finalmente al portoncino d’ingresso, esce anche lei, come un tappo di spumante.

Ci raggiunge e ci abbraccia. Noi ridiamo contenti.

La forza con cui ci stringe e gli occhi lucidi ci fanno intuire quanta paura abbia avuto, quanta preoccupazione abbia provato per sé, ma soprattutto per noi, e quanto siamo stati vicini alla fine, tutti e tre.

Ma noi abbiamo nove e undici anni; siamo ragazzini.

Non capiamo cosa sia realmente la morte, non abbiamo idea di cosa significhi preoccuparsi dei propri figli, non sappiamo cosa voglia dire scendere le scale tremando e dicendo a Dio: “Se devi prendere qualcuno, fai morire me, ma salva i miei bambini!”

Noi sorridiamo ignari.

Noi abbiamo solo fatto una grande gara in mezzo ad un frastuono incredibile.

E li abbiamo battuti tutti.

Condividi e consiglia l'articolo:

Articoli correlati

Ogni storia parla di me

Ripensando alle nostre “autobiografie impossibili”, ecco un articolo che parla del significato del racconto e dell’autobiografia, e di come in ogni forma di scrittura mettiamo sempre, inevitabilmente, noi stessi.

Buona lettura!

Leggi tutto

Iscriviti alla newsletter

Rimani aggiornato sul festival
e su tutte le attività durante l’anno!

Iscriviti alla newsletter​

Rimani aggiornato sul festival e su tutte
le attività durante l’anno!