«I veneti amano l’introspezione e la narrazione di sè». Intervista a Duccio Demetrio

Aumenta la capacità di introspezione. Espande la consapevolezza. Rafforza l’autostima. Permette di riannodare i fili del proprio passato e di riconciliarsi con esso. Allevia la solitudine. Afferma il valore di una esistenza, la propria, per il presente e per quelli che verranno. L’autobiografia, insomma, è terapeutica e produce benessere.

Parola di Duccio Demetrio, direttore scientifico della Libera università dell’ Autobiografia (LUA) di Anghiari, in provincia di Arezzo, da lui fondata nel 1998, che sarà uno dei protagonisti del giorno di avvio di CartaCarbone festival letterario, venerdì 17 ottobre, a Treviso (verrà presentato da Patrizia Magli e interverrà su “Autobiografia, le ragioni della scrittura”, alle 18 presso la Biblioteca Città Giardino).

Un evento a cui partecipa con particolare piacere perché «i veneti amano l’autobiografia, amano l’introspezione e la narrazione di sè».

Professor Demetrio, è dunque così importante per le persone, per il loro benessere, scrivere di sé?

La scrittura autobiografica stimola il pensiero e la mente e conduce, nella riflessione su di sé, a rivedere e riconsiderare la propria vicenda umana. Ha un valore formativo elevato. Permette di ristabilire connessioni con la propria vita e con quella degli altri. E il fatto di ripensarsi e lasciare memoria scritta di sé genera nel narratore un processo auto estimativo, di crescita dell’autostima, che nasce dalla soddisfazione per aver prodotto qualcosa di creativo. Inoltre, Freud, il padre della psicoanalisi, ne scoprì il valore terapeutico, introducendo il concetto di “scrittura di sé come forma di riparazione” che aiuta a mettere ordine nelle nostre vite e delle nostre storie.

Quando è proprio auspicabile mettersi a scrivere di sé?

Ci sono momenti particolari della vita in cui il racconto di sé ha un’utilità immensa. Quando ad esempio si sta vivendo una situazione di grande solitudine. Si sente il bisogno di lasciare una traccia di sé ai figli, ai nipoti, ai posteri. O quando si vive il dramma della malattia: il valore terapeutico della scrittura, del racconto della propria esperienza, è testimoniato dalla cosiddetta medicina narrativa.

Gli scritti autobiografici hanno la capacità di riflettere il proprio tempo?

A differenza di quanto si possa pensare, la scrittura autobiografica ha un elevato valore socio-relazionale. Chi scrive infatti, anche se non lo dichiara, ha sempre in mente un destinatario ideale al quale vorrebbe che fosse indirizzata la sua vicenda personale. Spesso è una persona scomparsa.

E gli scritti autobiografici riflettono sempre il proprio tempo, basti pensare a tutte le opere autobiografiche stimolate dai grandi eventi della storia, le guerre, le migrazioni. Quante opere sono nate nelle trincee, nei campi profughi…? Sono scritture che riportano storie individuali incastonate nella storia collettiva.

Da quale spinta profonda nasce il bisogno di raccontarsi?

È con l’evoluzione della specie che la narrazione ha acquisito un carattere riflessivo: il racconto di sé stessi è il prodotto dello sviluppo delle facoltà cognitive, linguistiche, comunicative dell’uomo, lo strumento elettivo con cui è iniziato il lungo cammino della coscienza e della consapevolezza.

Quando nasce l’autobiografia?

Il termine “autobiografia” viene coniato solo alla fine del 1700 dal filosofo tedesco Friedrich Schlegel ma i primi segni di scrittura autobiografica risalgono alle civiltà egizia e mesopotamica. Troviamo tracce dell’“io narrante” nella civiltà greca, basti pensare alle liriche di Saffo o ai Dialoghi platonici. Del resto tutta la filosofia socratico-platonica ruota intorno al “conosci te stesso”. Ma si trovano tracce di “io narrante” già nei poemi omerici. E poi in epoca romana la letteratura autobiografica è vastissima. Nel mondo romano c’era del resto un vero e proprio culto delle epistole, le lettere, che rientravano in una consuetudine famigliare. La prima autobiografia, con caratteristiche di grande modernità, è, a mio avviso, la Tristia di Ovidio, un’opera poetica che il poeta latino compose quando venne confinato dall’imperatore Augusto sul mar Nero.

Insomma, il filone autobiografico è ben radicato nella cultura mediterranea. Come mai allora questo genere in Italia è ancora considerato “figlio di un dio minore”?

In Italia è considerato a tutt’oggi un genere popolare, anche se ci sono autobiografie di autori famosi. Per molto tempo è stato disprezzato per condizionamenti culturali e per una tarda alfabetizzazione della popolazione.

Venerdì 17 ottobre sarà ospite di CartaCarbone a Treviso, un festival letterario con un focus sull’autobiografica. Che messaggio lancerà agli appassionati di scrittura autobiografica trevigiana?

Intanto va detto che in Veneto siete molto attenti e interessati alla scrittura autobiografica. La maggior parte delle persone che dal 1998 hanno frequentato i corsi della LUA provengono dal Nordest e in particolare dal Veneto….

Da dove nasce, secondo lei, questa passione per la scrittura autobiografica?

È un dato di fatto: statisticamente tra le centinaia di persone venute ad Anghiari dal 1998, il 55% sono veneti, friulani, bresciani. Ed è il segno della passione narratologica molto antica della vostra terra.

Il suo messaggio per gli ospiti del festival e in particolare agli appassionati della narrazione di sè….

Di non arrendersi davanti agli ostacoli ma di continuare a coltivare questa passione, cercare di migliorarsi, perché le soddisfazioni che si raccolgono sono grandi. Tutte le vite sono importanti e hanno bisogno di qualcuno che le racconti. Non tutti si sentono in grado di farlo? Noi alla LUA formiano anche biografi, persone in grado di raccontare le storie degli altri, perché certe storie sono di una bellezza tale che, davvero, non devono andare perdute.

Francesca Nicastro

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