Ogni storia parla di me

L’autobiografia come bisogno unico dello scrivere

Non sarebbe completamente errato affermare che scrivere una storia e raccontarsi possiedano lo stesso significato. Ogni singolo accadimento, a pensarci bene, dal momento in cui diventa parte della nostra personale esperienza, diventa anche materia utilizzabile per la creazione di una storia. Noi utilizziamo proprio quella esperienza quando ci apprestiamo all’atto dello scrivere. Scaviamo nella nostra memoria sensibile, nei nostri pensieri, nelle sinapsi rizomatiche che abbiamo costituito nel corso della vita, estraiamo minerali preziosi e li comprimiamo, li lavoriamo, li sollecitiamo affinché diano vita a un racconto, che dentro di sé, nel suo cuore più profondo, sarà sempre parte di noi, come un pezzo di anima diviso per mitosi che continua a tendere verso la sua origine, per quanto ora sia costretto a vivere il suo tempo.

Le storie che sgorgano dalla penna sono effluvi dell’anima di chi quella penna la impugna. In fondo si consiglia sempre di scrivere di quel che si conosce, che la scrittura ne giova in credibilità, che conviene farlo per evitare di pasticciare tutto. Quindi scrivere è più facile, diremmo pure più naturale, quando si parla di sé e, più nello specifico, della pletora di esperienze che hanno fatto il sé di cui parliamo. E anche se non seguissimo questo consiglio, vagando per le piane della mente in cerca dell’ispirazione troveremmo frutti che hanno sapori conosciuti, fiori che odorano come la nostra infanzia, chiome che danzano come le idee che ci hanno folgorato e venti freschi che ondeggiano come i sogni che ci nutrono. 

Non se ne esce, è una dialettica senza sbocco, già risolta in sé stessa. Se vuoi scrivere preparati a spogliarti, a strapparti le vesti di dosso con la punta della penna. Lo farà la necessità, l’avvertirai come una cosa impellente quando, seduto davanti al foglio, ti sentirai scomodo. E quando rileggerai non ti spaventare: tra quelle righe scarabocchiate, devastate di correzioni, c’è il tuo volto più sincero, la faccia che tutti vedono, la natura da cui non puoi sottrarti, i lineamenti del tuo stesso destino. 

Dovremmo spingere più in là questa riflessione. Se ogni atto di scrittura è in fondo un atto per raccontare sé stessi, non potremmo allora assumere che ogni romanzo, minuto o capitale che sia, ogni storia, ogni fiaba, ogni favola e ogni leggenda siano declinazioni di una volontà autobiografica? 

Partiamo da queste ultime: antropologicamente parlando, le leggende e i miti raccontano l’identità di un gruppo, i valori di una società, le sue volontà, il suo spirito del presente e i suoi piani per il futuro, a partire da ciò che quella società esperisce attorno a sé. Le leggende e i miti, quando pongono un mostro impossibile tra le colonne ai confini del mare, giustificano le esperienze di una popolazione. Danno loro corpo, senso e coscienza. Le posizionano nel mondo perché siano eterne e le plasmano affinché il loro aspetto sia sempre comprensibile alla popolazione che le ha vissute. E infine, quando l’anziano racconta attorno al fuoco, assistiamo al prodigio della coscienza collettiva che s’incarna nel vecchio e attraverso la sua bocca screpolata racconta le scoperte del popolo, la sua storia, il suo stesso significato.

Le favole e le fiabe assolvono a una funzione simile. Al di là delle tante sfumature che le caratterizzano, le favole e le fiabe sono racconti ispirati alla fantasia di un dato gruppo umano, fatta di esperienze particolari, di castelli mentali precisi, di logiche determinate e principi peculiari. Quando sentiamo di giovani eroi che corrono a salvare fanciulle in pericolo, noi sentiamo una storia che racchiude dentro di sé la filosofia di un popolo, per quanto aerea e sbrindellata possa sembrare. Il bosco misterioso, zeppo di esseri maligni, che troviamo in tante favole, è il mondo non umano, il mondo escluso dalla piazza, il mondo che non può essere compreso, con cui non c’è comunicazione, pericoloso e omicida, dal quale occorre prendere le distanze. I regni distanti e immaginari sono prove di pensiero, utopie sperimentali, forme di “What if…?” che costruiscono un significato alternativo per confrontarlo poi con quello corrente. 

I romanzi non sfuggono alla tendenza che seguono leggende e favole. Anch’essi nascono dal paesaggio esperienziale della nostra vita. Anch’essi infine nascono dalla volontà di raccontare qualcosa di sé, di quel che si è capito nelle proprie meditazioni profonde, di quel che si vuole regalare al mondo là fuori. Perché dunque si scrive? Anche gli scrittori in realtà se lo chiedono e molti continuano senza sapere perché lo fanno. Non è una domanda semplice perché ha più risposte possibili. Si può scrivere per necessità, per provare a guarire una propria ferita; o si può scrivere per creare mondi giganteschi e grandiosi, in cui poi far respirare al teatro della propria fantasia. Qualcuno scrive per uccidere le idee che gli ronzano in testa, altri scrivono per salvare quelle idee dall’oblio e regalarle alla vita. 

E poi le parole sono complicate, non si riesce mai a decidere in che ordine devono stare, è impossibile costringerle a stare in fila, infilate nella divisa del proprio desiderio. C’è chi dice che scrivere è facile, che non ci vuole niente: si sta seduti tutto il tempo a buttare giù quel che passa per la testa, basta inventare una cosa qualsiasi! E invece uno scrittore, nel senso di una persona che ama la scrittura e vive con essa un rapporto, s’infurierebbe nel sentire queste parole. Perché scrivere è difficilissimo, è complicatissimo. È forse una delle cose più difficili che esistano. È praticamente innaturale. È come andare contro l’essenza delle cose. Scrivere è complicato perché è una sfida lanciata contro lo stato naturale dell’universo, che di fatto è indicibile. 

Dunque perché si scrive? Da dove nasce la necessità di bruciarsi la testa per amore di pensieri fugaci? Noi crediamo – alla luce di queste considerazioni – che l’origine sia da individuare nella forza insofferente che si agita nello stomaco di colui che scrive, nel bisogno fondamentale di dar adito all’espressione della propria anima, nel sentimento infinito rappresentato dalle storie che essa ha vissuto. Di questo in fondo si tratta: di storie che devono essere dette, trasmesse, comprese, commentate, apprese, vissute dalle altre anime affinché depositino in loro seno il seme dorato che nell’anima scrittrice è già fiorito. Potremmo anche vederla in questi termini: scrivere è un po’ come prendersi cura di un seme che è stato trasportato dal vento degli eventi nel suolo del nostro io. Allora lo scrittore osserva quel seme, lo innaffia, lo illumina, regola la quantità d’acqua e di luce, fa esperimenti, si prende nota dei progressi e dei malanni, cambia la terra, cambia il vaso, e quando sbuca la piantina dal terriccio, e la piantina si avvita verso l’alto ogni giorno di più, lo scrittore l’asseconda perché venga alla vita nella sua bellezza più spontanea.  

Raccontare una storia o raccontare sé stessi equivale a raccontare lo sviluppo di quella pianta da due prospettive differenti. Nel primo caso la crescita di quella pianta è abbellita di dettagli fantasiosi e inverosimili, la descrizione che se ne fa è modificata sulla base delle velleità dello scrittore e la trama che costruiamo è direttamente ispirata a un particolare di quella pianta, senza però coglierla nel suo complessivo. Il totale è accennato. Nel secondo caso invece, la descrizione di quella pianta è olistica: comprende la fatalità del suo inizio, la sua infanzia, le sensazioni che ha provato crescendo e che ha fatto provare agli altri, gli eventi particolari che l’hanno colpita, le riflessioni che ha costruito mentre si alzava verso il sole, la sua paura del freddo e degli insetti, l’invidia per gli animali che si muovono liberamente sulle loro radici, le altre piante incontrate, la propria solitudine, le aspettative per il futuro che verrà. Dove sarà trasferita quella pianta? Sopravviverà al prossimo inverno? O sarà colpa dello scrittore, che dimenticherà di darle da bere? 

Ecco che allora, quando scriviamo, non dobbiamo temere di rivelarci perché è esattamente quello che stiamo facendo. Scrivere è innaturale, sì, è difficilissimo, ma altrettanto lo è capire sé stessi e raccontare poi quanto si è capito. Perché provare a capirci? Non ce la faremo mai! Il tempo stesso ce lo nega, accumulando in noi esperienze e significati diversi che si contraddicono a vicenda. Eppure, c’è chi ci prova, e così facendo prova a trasmettere al mondo quanto ha compreso nel suo percorso. Non appena decidiamo di prendere un foglio e impiastricciarlo di parole, noi decidiamo di rivelare noi stessi, di lasciare che il nostro io scorra in fiumi d’inchiostro. È la smania stessa di scrivere che ce lo dice: hai bisogno di rilasciare un canto, di rivolgere il cuore verso l’alto e di permettergli di spalancarsi, di straripare, e di riversare al di fuori i soli focosi che rinchiudeva in sé stesso. 

Noi scriviamo per comunicare, e comunichiamo per palesare la nostra presenza, per far valere quella che è la nostra esperienza. Ecco cos’è scrivere, ecco cos’è l’ultima parola: noi scriviamo per dar valore a quel che abbiamo vissuto, a quel che è stato di noi, perché tutti possano capire che quella esperienza è possibile.     

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